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Il parco chigi old

Parco Chigi in Ariccia: bosco preromantico e principale ecosistema del Vulcano Laziale

Al palazzo Chigi di Ariccia è annessa una vasta area boscata di ventotto ettari, relitto residuale del Nemus aricinum consacrato a Diana ricordato dai classici e nel contempo “parco storico”, premessa al giardino romantico. Ragguardevole il suo valore ambientale e paesaggistico, tanto da costituire il più importante ecosistema dei Castelli Romani (Paolo Bassani) ed essere annoverato tra le rare incontaminate fitocenosi in Italia (Fulco Pratesi).

Recintato dai Savelli sin dal XVI secolo, è costituito da una rigogliosa vegetazione formante un bosco misto di latifoglie secolari, con lecci, querce, aceri, carpini, lauri, etc.

Sono presenti numerosi “patriarchi”, veri e propri monumenti naturali, tra cui il più imponente leccio (quercus ilex) e il più vetusto frassino (fraxinus oxycarpa) dei Castelli Romani, un esemplare di acero campestre (acer campestre L.) pluricentenario ‒ il più grande in Italia ‒, alcune sequoia (sequoia sempervirens) di cui tre piantate nel 1861 quasi a celebrare l’unità d’Italia ‒ le seconde piantate in Europa ‒, una serie di monumentali bagolari secolari (celtis australis).

Il parco ha un notevole interesse anche dal punto di vista degli studi di mineralogia, dato che nelle sue cave sono stati scoperti alcuni rari minerali, come la Latiumite, l’Harkerite, la Malanite, la Kaliophilite o la Wiluite, oggi conservati in vari musei scientifici del mondo.

La monumentale “Cava Maestra”, ubicata nella vallata presso il Ponte Monumentale, fu utilizzata per costruire il palazzo nel XVII secolo e il ponte stesso inaugurato nel 1854 da Pio IX, compresa la sua ricostruzione nel 1945-46.

Il parco Chigi di Ariccia è il prodotto di due differenti concezioni, che la cultura tardo rinascimentale aveva fatto proprie filtrandone i motivi ispiratori dalla lettura dei testi classici. Anzitutto la nozione di “bosco sacro”, corrispondente al lucus latino, in relazione con l’immanentismo panteistico che vede nelle forme della natura l’emanazione del divino; in secondo luogo l’idea di “bosco delizia per la caccia”, espressa in periodo manierista del “barco”, selva cintata da mura contenente animali da cacciare. Viene ad essere esclusa quindi la componente più diffusa tra ‘400 e ‘500: quella ispirata al giardino ideale, riflesso e prosecuzione dell’architettura dell’edificio.

Su tali presupposti teorici si innestano gli interventi guidati dal Bernini e promossi dai Chigi tra il 1662 e il 1672, volti al pittoresco, alla “naturalizzazione” di manufatti architettonici e artificiali. La stessa ala seicentesca del palazzo si innalza sopra una scogliera di carattere berniniano, documentata da uno schizzo di Carlo Fontana conservato nel palazzo.

“Questa soluzione berniniana – scrive Carla Benocci – è destinata a un grandioso successo, perché la fortuna della Città Chigiana ad Ariccia e del suo barco è talmente vasta da avere pochi raffronti, almeno in termini di giardini […] Quindi, quando le nuove teorie relative ai giardini paesistici si sono diffuse in tutta Europa, hanno trovato un’immagine acquisita alla coscienza della Repubblica delle Lettere europea  già dal Settecento e anche diffusa in una larga fascia sociale: questa immagine è coincisa proprio con Ariccia, che aveva espresso assai efficacemente il gusto pittoresco da imprimere ai giardini. Indirettamente, quindi, la soluzione berniniana ha contribuito alla nascita del giardino paesistico, realizzando ad Ariccia uno straordinario termine di paragone, con la fortuna che spesso arride ad una soluzione geniale a distanza di decenni”.

“Può sorprendere – sottolinea Virginio Melaranci, curatore degli esemplari interventi di restauro effettuati nel 2007-2011 – che mentre in Europa andava elaborandosi ed affermandosi il modello assolutista del giardino francese, ad Ariccia la strada seguita sia diametralmente opposta. Una sorta di rispetto reverenziale verso la naturalità del luogo, la sua conformazione orografica, la densità arborea, in sostanza per la vitalità che questo bosco era capace di comunicare, è stata una costante mai contraddetta nei secoli scorsi fino ad oggi”.

Il bosco sacro a Diana aricina o lucus Dianae era contiguo all’antica città latina di Aricia, illustre municipio romano che ha dato i natali ad Azia, madre dell’imperatore Augusto e nipote di Cesare.

Qui si svolgeva il tragico rito della successione al sacerdozio tramite duello mortale, ricordato dai classici e sulla cui vicenda l’antropologo Sir James Frazer ha incentrato la suo monumentale pubblicazione in tre volumi Il Ramo d’Oro (1890-1915).

Uno schiavo fuggitivo, una volta strappato il ramo d’oro (il vischio) che cresceva spontaneo sull’albero di quercia, poteva sfidare a duello il sacerdote, il cosiddetto Rex Nemorensis, e, se vincitore, diventare sacerdote lui stesso. Al sopraggiungere della decadenza fisica del re-mago, non più adatto al suo ruolo rituale e sociale, la successione era quindi determinata dall’uccisione rituale da parte di uno sfidante.

Secondo l’interpretazione di Frazer, il re-mago agisce sulla natura e sulla fertilità per i suoi poteri simpatici (propri della magia simpatica) e ha un ruolo sociale fondamentale per la comunità che vi circola attorno.

Per difendere la sua integrità fisica essa ha stabilito un sistema di tabù finalizzato a proteggerlo, mentre l’integrità spirituale viene garantita dal trasferimento simbolico in un’anima esterna (il ramo d’oro). Anche il mito fondatore di Ariccia si basa su questo motivo rigeneratore, essendo Ippolito morto in ragione della gelosia della matrigna Fedra e risorto nel bosco aricino con il nome di Virbio grazie alla dea Diana. Qui avrebbe sposato la Ninfa Aricia e fondato l’omonima città.

James Frazer è partito da questo antichissimo rito per spiegare i grandi miti dell’antichità incentrati sul motivo della morte e resurrezione (Adone, Attis, Osiride, Demetra, etc.) ripresi anche dal Cristianesimo.

Il principe Sigismondo Chigi (1736-1793), erudito intellettuale, amico dell’Alfieri e del Monti, che ebbe come suo bibliotecario Ennio Quirino Visconti, manifestò la sua cultura illuminista nel voler conservare l’aspetto selvaggio e pittoresco del parco, ordinando che non venissero assolutamente recisi alberi e soprattutto “quelli che cadevano per la vecchiaia o per l’impeto dei venti” (E. Lucidi, 1796) fossero lasciati marcire a terra per consentire il ciclo naturale e una perenne rigenerazione.

La memoria del famoso brigante Gasperone o Gasbarrone rimane, oltre che per il ritratto conservato nel palazzo ed eseguito dal vero in Ariccia nel 1825, anche per le grotte che da lui prendono il nome, ove si sarebbe conservato il suo favoloso tesoro.

Attraversato da antichissimi sentieri che ne consentono una completa fruibilità, il parco ospita fontane e manufatti del XVII secolo, inseriti armonicamente nel contesto naturale.

Nato originariamente come “Barco”, cioè area cintata da destinarsi alla caccia secondo la nota definizione del vocabolario della Crusca, costituisce una preziosa premessa del cosiddetto “giardino paesistico” o “romantico” per il suo carattere naturalistico, sviluppatosi con le progettazioni del Bernini coadiuvato dalla sua bottega, con gli architetti Felice della Greca, Mattia De Rossi e soprattutto Carlo Fontana, come riportano i conti d’archivio.

Vengono così creati o migliorati i percorsi naturali, sistemato il piazzale del Mascherone con le due fontane rustiche, costruita la stupefacente “Neviera” formata da celle e cavità naturali per la conservazione degli alimenti, erette scogliere ad imitazione della roccia, allestite fontane decorative. Nella parte bassa fu disegnata da Carlo Fontana una Peschiera, distrutta nel 1944 con il crollo del Ponte Monumentale.

Dal XVIII secolo furono disseminati lungo i viali reperti archeologici dell’Aricia romana, tra cui il XVI miliario dell’Appia Antica dei tempi di Massenzio o un sarcofago strigilato ritenuto secondo la tradizione il Sepolcro di Simon Mago. Nella parte settentrionale, località “Selvotta”, è presente il Sepolcreto della II Legione Partica, presso i vicini Castra Albana di Settimio Severo, con numerosi sarcofagi in peperino recanti iscrizioni latine ancora da riscoprire ed inserire nel percorso del parco.

Tra i monumenti più significativi la grandiosa Uccelliera costruita dai Savelli attorno al 1628 su una cava romana, trasformata dai Chigi in giardino come una pittoresca rovina piranesiana.

Vicino i ruderi di un Fortilizio della seconda metà del XIII sec., caratterizzato dalle murature in quadrelli di peperino (opus vittaum), edificato dagli Annibaldi o dai Conti, poi trasformato in chiesetta di San Rocco. Altre pittoresche rovine riferite ad un piccolo quartiere extra-urbano mai portato a compimento dai Savelli, sono rimaste come tali sin dal XVII secolo.

Lungo il viale d’ingresso i resti dell’imponente Monumento a Tiberio Latinio Pandusa, propretore della Mesia, di età tiberiana (I sec. d.C.), proveniente dall’Appia Antica, qui rimontato nel 1997.

Il parco è stato celebrato dai classici, nei versi e componimenti poetici di Orazio, Ovidio, Virgilio o negli scritti del geografo Strabone, ma soprattutto dalla letteratura moderna, da Goethe, a John Ruskin, George Sand, Gabriele D’Annunzio e molti altri. Stendhal lo definisce “il più bel bosco del mondo”.

Nel corso del ‘700 e dell’800 Ariccia è stata meta privilegiata del Grand Tour d’Italie, soprattutto dopo l’apertura della celebre Locanda Martorelli sulla piazza di Corte nel 1818. Il parco, reso accessibile dai principi Chigi, è stato riprodotto in numerosi dipinti di artisti provenienti da tutto il mondo, quali Philip Hackert, Camille Corot, William Turner, Aleksandr Ivanov, Nino Costa, Massimo D’Azeglio, George Inness e molti altri, divenendo un luogo mitico del Romanticismo.

Veduta di palazzo e parco Chigi in Ariccia
Cortile e parco Chigi
Palazzo Chigi in Ariccia dal parco
Palazzo Chigi in Ariccia dal parco
Due Sequoia Sempervirens, 1861, le seconde piantate in Europa
Acero Campestre, il più grande in Italia
Parco Chigi in Ariccia, Monumento a Tiberio Latinio Pandusa, I sec. d.C.
Parco Chigi in Ariccia, rovine fortilizio dei Conti (XIII sec.), poi S. Rocco
Parco Chigi in Ariccia, Portale dell’Uccelliera Savelli, 1628 ca.
Parco Chigi in Ariccia, Uccelliera Savelli, 1628 ca.
Parco Chigi in Ariccia, Piazzale del Mascherone
Parco Chigi in Ariccia, Prima Fontana del Mascherone
Parco Chigi in Ariccia, Piazzale Mascherone con Sequoia sempervirens, 1861
Parco Chigi in Ariccia, Seconda Fontana del Mascherone
Parco Chigi in Ariccia, Stagno e Ponte monumentale
Parco Chigi in Ariccia, Salita alle Neviere
Parco Chigi in Ariccia, Le Neviere
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