La mostra ha un’angolazione originale rispetto agli eventi
programmati per celebrare la ricorrenza dei 150 anni dell’Unità
d’Italia in altre parti della penisola; è vista cioè
dalla parte dei “vinti”, dedicata ad alcuni fra i
protagonisti “in negativo” di quella congiuntura storica
che portò alla caduta del Regno Borbonico nelle Calabrie
e Sicilie, il declino del dominio temporale dei papi nello Stato
Pontificio.
L’esposizione è incentrata su tre sezioni:
- la prima riguarda la dinastia dei Borbone, da Carlo III a Francesco
II con la caduta di Gaeta, comprese opere provenenti dalla più
importante casata calabrese, i Ruffo di Calabria;
- la seconda la figura di Pio IX, dalle aperture liberali dell’inizio
del suo pontificato, alla presa di Roma del 1870;
- la terza Garibaldi, artefice dell’epopea che portò
alla liberazione dell’Italia meridionale, ma anch’egli
sconfitto e fermato in Aspromonte dalle truppe sabaude nel 1862;
sono presenti anche memorie di Vittorio Emanuele II primo re d’Italia;
Vengono esposti preziosi manufatti, dipinti, sculture, medaglie,
ritratti, cimeli, in gran parte provenienti da collezioni private
e mai esposti al pubblico.
Un evento nell’evento è costituito dalla presenza
di alcuni capolavori provenienti dalla collezione Ruffo di Calabria,
la più importante casata nobilare dello stato borbonico;
tra questi un monumentale Ritratto di Guglielmo Ruffo principe
di Scilla di Francesco De Mura, il Ritratto di Fulco I Ruffo di
Orazio Solimena e il Ritratto di Fulco Antonio II Ruffo di Anton
von Maron.
Un grosso nucleo proviene dalla collezione Carafa Jacobini, una
delle più importanti raccolte private in Italia sull’iconografia
degli ultimi Borbone e sulle memorie di Pio IX, l’ultimo
“papa-re”. La nobile famiglia Jacobini, stabilitasi
a Genzano sui Colli Albani dal XVII secolo, ha avuto due cardinali
e vari vescovi, ed era particolarmente legata allo Stato Pontificio
ed in particolare alla figura di Pio IX, avendo espresso anche
il suo Ministro dei Lavori Pubblici.
L’esposizione ha un carattere preminente di Memorabilia,
comprendente in prevalenza piccoli e preziosi oggetti da esporre
in teche, che attestano la presenza di una vasta iconografia celebrativa
dei regnanti poi decaduti, ma sotto certi aspetti anche la fedeltà
e devozione dei sudditi verso i loro sovrani.
L’apoteosi di Carlo III di Borbone di Lorenzo Gramiccia
(Ariccia, Palazzo Chigi, collezione Lemme), primo vicerè
borbonico di Napoli e poi re di Spagna, con l’allegoria
di tutte le sue virtù, apre la sezione dedicata alla dinastia
regnante. Tra le curiosità molti doni personali dei monarchi
borbonici, come la tabacchiera donata da Ferdinando IV all’ammiraglio
inglese Sidney Smith, un’importante reliquia di Maria Cristina
di Savoia prima moglie di Francesco II venerata a Napoli come
“la santa”.
Molti anche i doni papali, ma anche rari cimeli come lo zucchetto,
le pantofole e il fazzoletto di Pio IX, la zuppiera in cui il
papa pranzò durante tutto il suo lungo pontificato (Ariccia,
Palazzo Chigi), i suoi busti in marmo di Pietro Tenerani e Giovanni
Benzoni.
Alcune opere riguardano Garibaldi e le aspettative legate alla
presa di Roma. Spicca lo spettacolare capolavoro di Girolamo Induno
raffigurante Garibaldi ferito sull’Aspromonte (collezione
privata), raffigurante un folto gruppo di garibaldini che porta
a braccia l’eroe, sollevato come un pontefice o un imperatore,
con sullo sfondo i forti dirupi dell’Aspromonte e il mare
Tirreno. Curioso un inedito ritratto-benaugurale di Induno, raffigurante
Garibaldi a cavallo tra San Pietro e Castel Sant’Angelo
e il Ritratto di Garibaldi di Maurice Klinkight eseguito a Caprera
nel 1882.
La Presa di Porta Pia che determinò il completamento dell’unificazione
d’Italia con l’annessione di Roma, è ricordata
dal grande dipinto di Michele Cammarano della collezione Apolloni.
Emblema della mostra è il Ritratto di bambino in veste
di Garibaldi di Giuseppe Parrini, che esprime fede e speranza
verso il futuro, i valori ottimistici di una nuova nazione appena
nata. Si tratta probabilmente di un piccolo aristocratico convertito
ai nuovi ideali, non come “trasformismo” gattopardesco
(“bisogna che tutto cambi, perché tutto resti com’è”),
ma nel senso di una sentita partecipazione al cambiamento dei
tempi. Alla sua immagine la mostra affida il suo messaggio fiducioso,
quello di superare divergenze, opposizioni e sterili spinte autonomistiche,
che in questo momento appaiono particolarmente forti, nella prospettiva
di una superiore unità nazionale.
Una mostra quindi con un taglio particolare, diversificato ed
originale rispetto ai numerosi eventi programmati in Italia per
il prossimo anno, generalmente rivolti all’esaltazione dei
vincitori e ai protagonisti dell’Unità d’Italia,
qui celebrata con uno sguardo più generale, che mette a
fuoco altre e non secondarie componenti di quel fondamentale momento
storico di gloria nazionale.